Pesculum paganorum: la pietra abitata
Lou Nugues — Fotografie alla gelatina ai sali d’argento su favaccio
a cura di Etta Polico, un progetto di Serendippo Aps
Locali dell'ex Banca Popolare, Corso Umberto, Pescopagano (PZ)
A Nicolina “la tabaccaia”, a Raffaele Scoiattolo e a Franco Miraglia.
La loro assenza è presenza viva, nei loro volti e nella Pescopagano
che ci hanno regalato.
Pescopagano, antico Pesculum paganorum, emerge dalla roccia come un’architettura della memoria. Affacciato lungo il tracciato della via Appia, il paese custodisce la duplice natura di pietra abitata e di luogo di transito: luogo di permanenza e, al tempo stesso, di attraversamento. Il suo nome conserva l’impronta del paesaggio e delle comunità che lo hanno abitato. Pesco- deriva da un’antica radice italica prelatina che richiama la roccia su cui l’abitato si innesta; paganorum restituisce invece la memoria di quelle popolazioni longobarde che giunsero solo tardivamente alla conversione al cristianesimo. Le fonti del XII secolo lo ricordano come Pescumpaganum, mentre la tradizione orale ne ha conservato un’altra eco, Petra Pagana. Tra queste due denominazioni affiora un’identità in cui la pietra racconta gli uomini e gli uomini, a loro volta, danno voce alla pietra.
A presidiare l’antico accesso all’abitato si erge la torre dell’orologio, edificata sui resti della Porta Sibilla, che custodisce un busto romano di Giano bifronte, divinità pagana che volge lo sguardo contempo-raneamente verso le proprie radici e verso il futuro. La piazza sottostante porta il nome della Sibilla, figura profetica che dà voce all’invisibile e all’indicibile. Giano e Sibilla sono le due “figure civiche” di questo paese capace, fin dalle sue origini, di guardare in due direzioni e dare voce a chi, altrimenti, rimarrebbe nel silenzio.
Pescopagano è il mio paese d’origine, dove sono nata, dove sono cresciuta vivendo l’infanzia e l’adolescenza, e dove continuo a crescere, tornando ogni anno per godere dell’estate e portare amici. Un legame con il paese nasce una domanda che ha guidato tutto il percorso: cos’è l’origine se non il punto da cui sorgono le acque, continuamente sospinte ad alimentare il fiume della curiosità e della conoscenza? Da questo interrogativo e dalla specificità geologica e umana di Pescopagano, si è sviluppato un continuo e intenso dialogo tra me e l’artista Lou Nugues sul senso dell’arte, della storia, della resistenza e sul ruolo dell’individuo nel “fare mondo”. E lungo il percorso delle nostre riflessioni si è strutturata la mostra Pesculum paganorum.
La nostra ricerca comune comincia nel 2019, quando ho invitato Lou a Pescopagano nell’ambito del progetto di arte pubblica Immaginando Pescopagano, curato da Serendippo. Tutto prese avvio in occasione della tappa di Yuri Romagnoli, artista che attraversava l’Italia donando murales in cambio di ricette tradizionali. Accogliendo con entusiasmo la mia proposta, l’allora amministrazione comunale – nelle persone di Maria Musano e Basilio Araneo – e il Circolo Sibilla organizzarono una serata conviviale alla Fontana attorno a un grande fuoco, per donargli la ricetta della migliazza.
Ma quale gesto avremmo potuto restituire a Pescopagano dopo quell'esperienza? La risposta è nata da ciò che ci appartiene più naturalmente: parlare con le persone. Unendo e selezionando immagini tratte dagli archivi fotografici degli abitanti e da quelli della famiglia di Lou, allestimmo negli spazi comunali una piccola mostra. Fu un intimo spaccato socio-antropologico fatto di abiti da sposa e migrazioni, di scalpellini, medici, piazze e relazioni. Tra quelle immagini ne inserimmo deliberatamente una dei nonni di Lou, scattata in Francia nello stesso periodo, senza indicarne la provenienza. Sfidando il visitatore pescopaganese a riconoscere ciò che gli appariva familiare e, nello stesso tempo, a dubitarne, quell’intrusione rendeva visibile uno dei poteri propri dell’arte: trasformare il riconoscibile in una domanda, facendo emergere, nelle parole di Gilles Deleuze, «un che di inatteso, di non conosciuto, di non-riconoscibile».
Da lì, il lavoro è proseguito con lentezza, secondo la metodologia di Serendippo, che consiste nello stare nelle cose in modo momentaneo, ma presente, vivendone il tempo e lo spazio. Abbiamo frequentato Pescopagano per due anni, condividendo quotidianità e scambiando ricette e tradizioni – fare i pomodori, preparare la pissaladière, i salami, le chiacchiere e i cicerotti – lasciando che fossero proprio questi ritmi a orientare il nostro lavoro. Nell’arco di due anni, scanditi da lunghe attese, incontri imprevisti e giorni di chiacchierate “casa, casa”, abbiamo condotto la nostra ricerca in maniera intermittente, in momenti isolati e distanziati nel tempo, ma mai frammentata, perché percorsa da un filo conduttore costante. Ed è stata proprio l’assenza di filtri, resa possibile dalla lentezza e dall’abitare i momenti, a permettere alla comunità di Pescopagano di rivelarsi pienamente.
Da questa esperienza è nata la convinzione che, in un luogo così denso di stratificazioni, l’opera d’arte potesse avere senso soltanto se capace di restituirne la forza vitale.
Abbiamo iniziato così a realizzare fotografie analogiche delle persone e di Pesco, la roccia che sostiene i “paganesi”.
Per rendere conto del legame tra la comunità e la materia che da secoli ne custodisce la vita, si è scelto di trasferire le immagini fotografiche direttamente sui sassi: una scelta che ha trovato il proprio corrispettivo nel procedimento del lavoro, fondato sulla condivisione. Il metodo di indagine di Lou Nugues e di Serendippo ha infatti trasformato il processo creativo in un'esperienza collettiva: gli incontri nei bar, nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro, hanno coinvolto attivamente gli abitanti nella scelta delle pietre e nello sviluppo dell’opera, facendo confluire racconti, progetti futuri, amicizie e culture eterogenee in un ininterrotto scambio reciproco.
Nel gesto di Nugues rivive il gesto degli scalpellini che, per generazioni, hanno lavorato il favaccio di Pescopagano. Un gesto affine a quello di sarti, falegnami e altri artigiani che hanno concorso a definire l’identità economica e sociale del paese, fino alla nascita dei primi istituti bancari del Mezzogiorno, resa possibile soprattutto dall’incessante afflusso delle rimesse degli emigranti.
Le emulsioni alla gelatina ai sali d’argento hanno trovato il loro supporto ideale nel favaccio, una variante locale della breccia irpina, estratta nelle cave condivise con il territorio di Sant’Andrea di Conza. Questo materiale, che si presenta come un aggregato eterogeneo tenuto insieme da cemento calcareo creatosi attraverso una sedimentazione secolare nel Mediterraneo, appare visivamente come un assemblaggio di materie diverse rese solide dal trascorrere del tempo. Il favaccio ci è sembrato una metafora di Pescopagano e dei pescopaganesi per due ragioni. Da un lato, come pietra resistente, capace di reggere l’urto del tempo: così Pescopagano rispose in armi al brigantaggio nel 1861, e la sua comunità resse alle scosse del 1930 e al devastante sisma del 1980. Dall’altro, come roccia composita, capace di tenere insieme la molteplicità: l’opera finale impedisce la separazione e l’isolamento dei volti, poiché la struttura stessa della pietra costringe ogni viso a inserirsi saldamente nella grana comune costitutiva del paese. Nessun ritratto individuale si sovrappone agli altri e nessun frammento di breccia domina sul blocco complessivo: Pesculum paganorum si sottrae così a qualsiasi imposizione estetica di stampo individualistico o gerarchico. Il mondo viene fuori come un mosaico di vite. Al genus loci si affianca un dinamico genus relationis, il genio dei legami umani intrecciati tra chi è nato nel paese, chi vi transita e chi sceglie ostinatamente di tornarvi.
I due anni dedicati agli scatti, alle prove e agli inevitabili errori di sviluppo hanno preso forma all’interno di una piccola camera oscura allestita a Pescopagano all’interno del magazzeo messo a disposizione dalla famiglia Fricchione di via del Genio, al quale si è affiancata poi un’altra cantina a Isernia, appartenente al Palazzo De Lellis Petrarca, i cui proprietari hanno sostenuto Lou nella realizzazione del lavoro. Queste due camere oscure improvvisate non l’hanno solo ospitata, ma hanno partecipato attivamente alla creazione dell’opera, trasformando le memorie individuali e le conversazioni quotidiane in un amalgama resistente quanto l’interazione della luce con i sali d’argento fissati sulla porosità della pietra.
Durante questo lungo processo di ricerca, lavoro e scambio, anche la lingua è diventata materia dell’opera. Nugues, pur provenendo da un altro luogo e da un’altra lingua, ha lentamente assorbito il ritmo del dialetto pescopaganese, lasciandosi attraversare dalle sue immagini, dalle sue sonorità e dalle sue forme espressive. Questo incontro ha generato un vero e proprio “divenire-lingua”, emerso durante gli esperimenti di stampa. Di fronte alle prime prove fallite, un abitante del paese espresse il proprio dispiacere dicendo che sarebbero andate perdute e che sarebbe stato necessario ricominciare da capo. Nugues accolse quella frase e, attraverso il lessico dell’altro che diventava anche il suo, la trasformò poeticamente: dal proverbio tradizionale «a chiange lu muort so’ lacrime perse» («a piangere il morto sono lacrime perse») nacque «a chiange re prete so' lacrime perse» («a piangere le pietre sono lacrime perse»). Questo gioco linguistico è il segno concreto di un processo di appartenenza. Una parola nata dalla memoria della comunità viene accolta, modificata e restituita sotto una nuova forma da chi è entrato in relazione con quel luogo. Il dialetto diventa così uno spazio di incontro: una lingua aggregante che trasporta e rimescola le stratificazioni di un lessico antico e quotidiano, proprio come la pietra dell’opera raccoglie frammenti diversi nella stessa materia.
Lingua, fotografia e roccia partecipano allora dello stesso movimento: conservare tracce, trasformarle e restituirle attraverso una nuova forma. Pescopagano si riscopre così comunità visibile a sé stessa: un coro di volti, voci e frammenti di pietra in cui lo sguardo fotografico, la memoria collettiva e la consistenza della roccia confluiscono in un’unica narrazione di resistenza e continuità.
Etta Polico


