
Yellow Submarine si configura come un viaggio esplorativo immersivo, subacqueo, nell’universo visionario cartaceo di Pietro Antolini. Il progetto site-specific, ospitato nei suggestivi spazi-capsula dagli iconici pavimenti gialli del 5/C LAB – ex laboratorio dello storico tornitore Orlando Martello e sede, dal 2024, dell’associazione culturale Serendippo – accoglie una selezione di libri d’artista e piccole sculture di carta bi- e tridimensionali.
Il corpus di lavori ha come soggetto il mare, popolato da creature per lo più immaginarie, zoomorfe e ibride: pesci, cavallucci marini, conchiglie e molluschi che, pur richiamando talvolta forme realistiche, vengono rielaborati dalla fervida fantasia dell’artista diventando degli unicum. A queste si affiancano mostri, tritoni e sirene bicaudate, figure sospese tra mondi che sembrano emergere da iconografie arcaiche, mutuate da cattedrali romaniche, bestiari medievali e repertori decorativi di matrice archeologica.
In dialogo serrato con lo spazio, queste presenze si insinuano in nicchie e ripiani, fluttuano lungo scale lignee, si adagiano tra gli affascinanti macchinari del vecchio laboratorio e affiorano, quasi galleggiassero, dai cassetti del grande mobile a parete, generando un acquario-Wunderkammer sui generis, dove dimensione artigianale e immaginazione fantastica si compenetrano creando una sorta di incantamento.
Ad accogliere il visitatore, Murena (2018), peepshow book a colori realizzato per manifestazioni dedicate ai libri d’artista, si dà come una soglia visiva: la grande bocca spalancata del pesce introduce lo spettatore al suo corpo oblungo che custodisce paesaggi marini, come se li avesse fagocitati. Da questo tunnel book prenderà avvio, la serie esposta Il mare in bianco e nero, composta da libri a fisarmonica di medio e grande formato che sarà sviluppata a partire dal 2019 insieme alle piccole sculture di carta.
Dominata da un bianco e nero “vissuto” e ruvido (declinato anche in una scala di grigi con tocchi dorati e argentati), la raccolta è attraversata da inserti di carta velina variopinta che, intercettando la luce, si accendono e si spengono evocando nell’artista le caratteristiche delle vetrate gotiche. I libri, costruiti con carta da stampa calcografica ritagliata, piegata, incollata, dipinta incisa e trattata con olio e cera, si consegnano allo spettatore come dispositivi percettivi: quinte da cui emergono figure marine come vere e proprie epifanie.
Il processo consiste in un lavoro di ritaglio in cui forbici e strappo sostituiscono la matita e l’atto del tagliare rimpiazza in una prima fase il disegno; successivamente Pietro dipinge gli elementi ritagliati per inserirli nell’insieme come parti di un collage. Il disegno vero e proprio non precede ma chiude l’opera, definendone i dettagli attraverso graffi eseguiti con punte e coltelli sulle stratificazioni di colore. L’elaborare immagini messe a fuoco gradualmente a partire da uno schizzo indefinito e per sovrapposizioni di piani diversi, ha fatto sì che Antolini fosse naturalmente attratto da questa tipologia di libri d’artista. La stessa operazione coinvolge le piccole sculture di carta dominate anch’esse dal bianco e nero a volte interrotto da particolari colorati.
Le silhouette di creature fantastiche partorite da mondi immaginari, onirici e fiabeschi sembrano germinare da notti nere come la pece e da acque in tempesta attraversate da miti, riti ancestrali e credenze popolari; affiorano tra le strisce continue di carta dei libri a fisarmonica che si fanno onde e paesaggio o lì sostano dando bella mostra di sé.
Da sempre il mare insieme all’elemento acqua ha una simbologia collegata a ciò che sfugge al controllo umano: è caos primordiale, profondità insondabile connessa all’inconscio, luogo di viaggi iniziatici, spazio liminale di passaggio e di trasformazione dalla potenza al contempo generatrice e distruttiva.
La mostra mette in luce il potere del mare, esplorandone le forze primordiali ad esso connesse, ne celebra la natura selvaggia e il suo irresistibile richiamo verso l’ignoto.
In questo cantico poetico e silenzioso, Pietro chiama a raccolta, quasi facesse un censimento, i suoi mirabilia, dove elementi poetici si missano a studi visivi su anatomie e relazioni tra specie (in linea con il concetto rinascimentale di conoscenza integrata in cui la curiosità naturalistica si unisce all’aspetto mitopoietico). Creature fantastiche insieme a una variegata fauna marina – talvolta ibridata con elementi antropomorfi – si fanno così metafora della diversità e dell’inclusione, dove la bizzarria non è un’anomalia, ma un valore aggiunto che contribuisce a un ecosistema unico, ricco e armonioso.
I libri-teatro esposti, privi di un verso univoco, di testo e di una trama lineare, non aspirano a una narrazione in senso tradizionale, né alla sequenzialità dei silent book, ma si offrono come spazi di attraversamento e contemplazione. Caratteristica del leporello è infatti quella di introdurre il riguardante in una temporalità “fisica” della fruizione: si apre, si estende, si percorre.
L’esperienza si colloca così in uno spazio fenomenologico affine alle riflessioni di Maurice Merleau-Ponty, dove la percezione è processuale, sempre in divenire, instabile. Essi nascono da una sovrapposizione di quinte disposte a distanza variabile dai margini della pagina; si configurano come ecosistemi in trasformazione che si sviluppano lungo l’intera estensione del libro. I lavori, in bilico tra pittura (Primitivismo in primis) e illustrazione, possono essere esplorati da molteplici punti di vista come si diceva poc’anzi, trovando tuttavia l’assetto privilegiato nella visione frontale: una sequenza di aperture che si inseguono rimpicciolendosi via via sempre più, sino a farsi eco.
In queste opere si avverte una sospensione del racconto che privilegia la discontinuità rispetto alla linearità: una narrazione volutamente imperfetta, che si interrompe e prevede inciampi, pause, ritorni. Il chiaroscuro si impone come scelta tanto estetica quanto ontologica.
Antolini lavora per sottrazione, scavando nella materia per avvicinarsi a una dimensione originaria, un’ἀρχή che emerge attraverso tempi di sedimentazione lenti e stratificati in un modus operandi il cui processo stesso reiterato, dilatato e trasformativo assume l’aspetto di una pratica rituale. Anche la polvere, depositandosi nelle pieghe degli intagli e producendo riverberi argentei che amplificano la qualità tattile e luminosa dell’opera, diviene elemento attivo, centrale, configurandosi come traccia del tempo e delle sue stratificazioni.
Dall’esperienza giovanile come restauratore presso alcuni laboratori emiliani “gli è rimasta addosso la scoperta delle patine antiche, le stratificazioni di colore dei vecchi intonaci, l’uso delle vernici e delle mestiche, della cera, dei pigmenti e delle terre”. “Così quando uso il colore” afferma Antolini “rievoco quelle superfici che contengono il tempo stratificando e velando. C’è un’altra cosa che mi porto dietro da quel mestiere: il senso del lavorare su cose rovinate, in bilico tra la marginalità che conduce all’oblio e la riabilitazione”.
Il mare in bianco e nero si presenta infine come un requiem visivo: una meditazione sulla perdita e sulla trasformazione, che intercetta le urgenze dell’Antropocene. L’interesse dell’artista per zoologia, biologia ed etologia si traduce altresì in una riflessione sulle ferite degli ecosistemi – dall’aumento delle temperature allo sbiancamento delle barriere coralline, dalla perdita di biodiversità all’acidificazione – dove il bianco diventa segno di cancellazione ed erosione mentre il nero si condensa come traccia oscura distruttiva e manifestazione delle paure più profonde.
Antolini auspica che il suo universo marino venga osservato con gli occhi “di un Diogene subacqueo e spaurito, che scandaglia il fondale con un lume fioco. Con lo sguardo di chi si è definitivamente perso e, nel proprio smarrimento solitario, incontra presenze e cose.”
Il progetto de Il mare in bianco e nero, iniziato nel 2019 nel frattempo è diventato un oceano e lo stesso artista, confessa non sa se mai lo finirà ...
Tristana Chinni
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